Nel 2023 le exit delle startup italiane si sono bloccate, nonostante gli investimenti abbiano continuato a crescere senza sosta. Un dato che sorprende, perché in teoria più soldi dovrebbero tradursi in più acquisizioni o quotazioni in borsa. Invece, qualcosa si inceppa proprio nel momento decisivo. L’ecosistema dell’innovazione nel nostro Paese ha fatto passi da gigante negli ultimi anni: più fondi, più interesse, più progetti ambiziosi. Ma quando arriva il momento di trasformare queste scommesse in successi concreti, la svolta sembra mancare. Il mercato delle exit, infatti, resta ancora molto meno maturo rispetto a quello estero, dove le acquisizioni e le IPO funzionano con meccanismi più rodati. Così, si corre veloce ma si inciampa proprio prima del traguardo.
Exit startup in Italia: boom e frenate tra il 2020 e il 2025
Dal 2020 al 2025 le startup italiane hanno registrato 189 exit. Nel 2020 erano appena 15, mentre nel 2023 si è toccato il picco di 43. Da lì, però, la crescita si è arrestata: nel 2024 e 2025 le exit si sono fermate intorno a 31 all’anno. Un segnale chiaro: il sistema italiano fatica a produrre ritorni economici più strutturati. I dati arrivano principalmente da Growth Capital e Italian Tech Alliance, integrati da P101/PitchBook e l’Osservatorio Startup & Scaleup Hi-tech del Politecnico di Milano, che confermano questa tendenza. Il blocco delle exit segnala un ritardo nel costruire un mercato più maturo per le uscite di valore.
Nel frattempo, il capitale investito nel venture capital italiano è cresciuto molto. Nel 2025 sono stati investiti 1,735 miliardi di euro in 436 operazioni, il secondo miglior risultato dopo il 2022. Nel primo semestre del 2026 si registra una situazione stabile, con 813 milioni investiti in 145 round e 14 exit di M&A. Operazioni importanti come la quotazione a Wall Street di Bending Spoons o l’acquisizione di Wsense da parte di Fincantieri sono arrivate dopo giugno e non sono ancora nei dati ufficiali. Tutto questo conferma una crescita dei capitali, ma ribadisce quanto siano fondamentali le exit per chiudere il cerchio degli investimenti e restituire valore agli azionisti.
Capitale su, exit giù: un problema che pesa sull’ecosistema italiano
In Italia gli investimenti in venture capital sono cresciuti costantemente, superando il miliardo all’anno e toccando circa 7,5 miliardi spesi negli ultimi cinque anni. Sono aumentati i fondi e sono arrivati anche investitori stranieri, alzando il livello medio delle operazioni. Eppure il mercato delle exit non ha tenuto il passo. Il nodo principale è il tempo: spesso passano più di cinque anni tra un investimento e la relativa uscita. Molte startup finanziate di recente stanno ancora lavorando per arrivarci.
Guardando agli anni dal 2015 al 2024, le exit annue in Italia sono triplicate, passando da 9 a 27, una crescita più veloce della media europea. Ma partendo da un livello molto basso. Inoltre, la mancanza di un registro ufficiale e le differenze tra i database rendono difficile avere numeri precisi e confrontabili. In ogni caso, il quadro è chiaro: l’Italia ha un mercato in crescita, ma ancora troppo piccolo e poco profondo per sostenere un sistema di venture capital solido.
Chi compra le startup italiane? Prevalgono gli stranieri, poche acquisizioni in casa
Un dato che pesa molto è chi compra le startup italiane. Dal 2020 in poi, anche durante la pandemia, i principali acquirenti sono stati gruppi industriali stranieri. Tra le acquisizioni più note ci sono Fluidmesh passata a Cisco, Spreaker finita in mano a iHeartMedia, Buddyfit venduta a Oakley Capital e nel 2025 Prima Assicurazioni per il 51% ad AXA. Nessuno dei grandi compratori è italiano. Questo dimostra quanto l’ecosistema italiano sia legato ai gruppi multinazionali, soprattutto statunitensi.
Spesso queste acquisizioni non significano la fuga di competenze dall’Italia, perché le attività e i team restano nel Paese. Ma mostrano anche i limiti delle aziende italiane nel trasformare queste startup in leva di innovazione interna. Nel deep tech, per esempio, realtà di qualità come PhotonPath sono finite in mani straniere, mentre solo in pochi casi come Wsense e Factanza gli acquirenti sono italiani. Questo segnala una debolezza del mercato M&A domestico come strumento di sovranità tecnologica.
IPO in Italia? Un mercato ancora troppo piccolo e poco attrattivo
Un altro segnale della debolezza delle exit italiane è la quasi totale assenza di IPO di startup venture capital backed sulla Borsa italiana. Nel 2024 e 2025 non si sono registrate quotazioni di questo tipo, mentre in Europa e soprattutto negli Stati Uniti i numeri sono ben più alti. Le startup italiane che scelgono di quotarsi puntano quasi sempre a mercati esteri, come il Nasdaq, esempio ne sono Bending Spoons, Newcleo e Genenta Science.
Nonostante alcune norme semplificate per facilitare le quotazioni in Italia, il mercato domestico resta poco appetibile. Il listino Euronext Growth Milan, dedicato alle PMI innovative, ha visto nel primo semestre 2026 appena quattro IPO per 36,6 milioni, una cifra troppo bassa per sostenere la crescita delle scaleup italiane in Borsa. Francia e Germania, nel 2024, hanno invece registrato un numero più alto di exit e IPO, confermando che il problema italiano è anche legato alla dimensione e all’attrattività del mercato finanziario nazionale.
Italia vs Europa e Usa: un gap evidente tra dimensioni e liquidità
Il confronto con altri ecosistemi europei mette in luce le dimensioni ridotte e le difficoltà italiane. Nel 2024 Francia e Germania hanno superato le 100 exit VC-backed ciascuna, più di quattro volte l’Italia, mentre anche la Spagna ha fatto meglio con 41 exit. Le tipologie di exit sono simili, soprattutto acquisizioni corporate, ma la differenza di scala è evidente.
Negli Stati Uniti la situazione è un’altra storia: nel 2025 si sono registrate 1.635 exit VC-backed per un valore totale di circa 298 miliardi di dollari, numeri che fanno impallidire Europa e Italia. Qui le IPO sono molto più frequenti, offrendo molte più opportunità per realizzare ritorni. Anche dopo il rallentamento del 2022-2023, il mercato americano resta solido, con una massa di capitali e acquirenti che altrove sono un miraggio.
Dietro a questo divario c’è un sistema finanziario più profondo e strutturato, dove investire e recuperare capitale è parte vitale dell’economia dell’innovazione.
Late stage, il vero tallone d’Achille per le startup italiane
La scarsità di exit si spiega anche con il mercato late stage, cioè i round di investimento più avanzati che permettono alle startup di crescere davvero e diventare scaleup. Nel 2025 si sono contati solo 14 round di Serie B e 5 di Serie C o oltre, con un calo del 20% negli investimenti in queste fasi rispetto agli anni precedenti. Senza questi capitali, è difficile che nascano realtà abbastanza grandi da attirare acquisizioni importanti o tentare la quotazione.
Per far crescere l’ecosistema serve una pipeline di startup che non si esauriscano dopo il primo o il seed round, ma che dimostrino di poter scalare in modo sostenibile. Senza un mercato late stage robusto, il meccanismo tra investimenti, exit e ritorni si blocca, mettendo a rischio la tenuta del sistema nel lungo periodo.
Exit, liquidità e innovazione: il vero motore del sistema startup italiano
Le exit non sono un tema solo per fondi e investitori, ma hanno un impatto più ampio sull’intero ecosistema. Le operazioni di successo creano liquidità che può essere reinvestita in nuovi fondi e imprese. I founder che realizzano un’uscita diventano spesso business angel o imprenditori seriali, portando esperienza e capitale. Dipendenti e manager acquisiscono competenze preziose che poi si diffondono altrove.
Questo circolo virtuoso è alla base degli ecosistemi più maturi, dove le exit di successo fanno da traino e attirano nuovi investitori. In Italia, però, questa macchina gira ancora lentamente. Le startup promettenti vengono spesso acquistate da gruppi stranieri, mentre le aziende italiane hanno finora un ruolo marginale nel consolidare l’innovazione attraverso acquisizioni.
Quando il corporate venture capital affianca gli investimenti, serve che sia accompagnato da una strategia chiara che veda le acquisizioni come parte naturale della crescita industriale, cosa che in Italia deve ancora maturare.
Il percorso è iniziato. Il mercato startup italiano è cresciuto, ha attirato capitali e attenzione internazionali. Ma il salto verso un sistema capace di chiudere il cerchio con exit importanti, quotazioni in Borsa e acquisizioni nazionali resta da compiere. L’esperienza recente mostra che le startup italiane sanno farsi comprare, ma devono imparare a valorizzarsi e a quotarsi in casa, costruendo un mercato dell’innovazione davvero solido e duraturo.