Automotive: 631 milioni per la ricerca, incentivi chiave per potenziare la capacità industriale e innovazione sostenibile

Redazione

6 Ottobre 2026

«Se non ora, quando?» È la domanda che sembra guidare il nuovo investimento italiano da 631 milioni di euro nell’automotive. Il ministero delle Imprese e del Made in Italy ha appena aperto lo sportello per finanziare progetti di mobilità sostenibile e innovazione tecnologica. Non si tratta solo di mettere soldi sul tavolo, ma di trasformarli in brevetti, impianti e una filiera nazionale più solida, che comprenda grandi aziende, startup e PMI.

Il momento è critico: gli investimenti privati in ricerca e sviluppo stanno diminuendo, eppure proprio qui si gioca la partita del futuro. Il Mezzogiorno gioca un ruolo chiave, con quasi il 40% delle risorse riservate alle imprese del Sud. Il vero banco di prova sarà la capacità di queste risorse di generare tecnologie concrete e nuovi fornitori in grado di accompagnare la rivoluzione del settore.

631 milioni per innovare: come funziona il nuovo finanziamento

I 631 milioni non vanno per comprare auto, ma per finanziare ricerca industriale e sviluppo sperimentale di prodotti e servizi per una mobilità all’avanguardia. È un cambio di passo rispetto al passato, quando gli incentivi puntavano soprattutto a rinnovare il parco auto con veicoli elettrici o a basso impatto ambientale. Ora si investe sulle imprese, sui loro processi e sulle tecnologie che guideranno il futuro dell’automotive.

Dal 25 novembre 2023 le aziende potranno presentare le domande. Possono partecipare singole imprese o gruppi fino a cinque partner, con contributi che vanno dai 5 ai 40 milioni di euro e progetti della durata tra un anno e mezzo e tre anni. L’idea è favorire collaborazioni tra realtà diverse, anche per coinvolgere startup più mature e PMI innovative. Serve però dimostrare almeno due bilanci approvati, cosa che esclude le startup più giovani, che però possono entrare come fornitori o partner.

Il finanziamento copre fino al 50% dei costi per la ricerca industriale e il 25% per lo sviluppo sperimentale, con possibilità di prestiti agevolati fino al 20%. Sono previste maggiorazioni per chi lavora con enti di ricerca, segno di quanto si punti a un’innovazione solida e scientificamente supportata.

Filiera automotive italiana: segnali di allarme tra ricavi e investimenti

La filiera dell’automotive in Italia non naviga in acque tranquille. Secondo l’Osservatorio sulla componentistica di ANFIA e Camera di commercio di Torino, nel 2024 il settore conta oltre 2.100 imprese e circa 168.000 addetti, con ricavi che sfiorano i 55,5 miliardi di euro. Ma il fatturato è sceso del 6% e i dipendenti sono diminuiti, soprattutto tra fornitori di moduli e subfornitori.

Il dato più preoccupante riguarda la ricerca: Istat segnala un calo del 9,3% degli investimenti in R&S nel 2024, soprattutto nelle piccole e medie aziende, mentre le grandi imprese hanno aumentato le risorse. Pur essendo oltre il 78% le aziende coinvolte in attività innovative, manca spesso la capacità di finanziare progetti a lungo termine e di trasformare la ricerca in prodotti e contratti stabili.

Serve quindi un intervento pubblico mirato, che sostenga progetti solidi e con prospettive concrete, evitando sprechi. Se le richieste supereranno i fondi disponibili, la priorità andrà a chi dimostra una struttura finanziaria e organizzativa solida.

Tecnologie chiave per rilanciare il made in Italy automotive

I fondi sono destinati a diverse aree, tutte cruciali per il futuro del settore. Prima di tutto, lo sviluppo di veicoli guidati dal software: architetture digitali, sistemi operativi di bordo, guida assistita e autonoma, sicurezza informatica e gestione dati avanzata. La transizione dal meccanico all’elettronico rende queste tecnologie decisive per restare competitivi.

Un altro settore strategico riguarda batterie ed elettronica di potenza: produzione di celle, moduli, sistemi di gestione dell’energia, inverter e materiali innovativi. Oggi l’Europa dipende ancora molto dall’estero per questi componenti chiave, perciò rafforzare la filiera nazionale è una priorità.

Le fabbriche intelligenti e la physical AI sono un terzo filone importante: robotica avanzata, visione artificiale, digital twin, controllo qualità e manutenzione predittiva migliorano la produzione, rendendola più efficiente e flessibile. Anche chi ha linee produttive tradizionali può trarne vantaggio.

Infine, si punta a sviluppare nuovi servizi digitali per la mobilità: connettività veicolare, gestione flotte, infrastrutture di ricarica e servizi basati sui dati. Questi ambiti ampliano il business oltre la sola vendita di componenti. La strategia segue la roadmap europea, allineata con la European Connected and Autonomous Vehicle Alliance, che mette al centro software, intelligenza artificiale, condivisione dati e sperimentazioni su larga scala.

Il Mezzogiorno, terreno di opportunità e sfida per la ricerca

Quasi 252 milioni di euro sono destinati al Sud, per ridurre il divario negli investimenti in ricerca e sviluppo. Nel 2024 il Mezzogiorno ha visto un aumento dell’8,9% della spesa in R&S, ma rimane ancora poco rispetto al Pil e concentrata soprattutto nelle università e negli enti pubblici. L’obiettivo è trasformare queste risorse in capacità industriali durature, come laboratori condivisi, centri sperimentali e soprattutto imprese che continuino a innovare anche dopo i contributi.

Il decreto incentiva anche la collaborazione con organismi di ricerca, per rafforzare competenze e reti di innovazione in regioni come Campania, Puglia, Abruzzo e Basilicata. Ma senza stabilimenti produttivi e ordini certi, anche la migliore ricerca rischia di restare solo un esperimento, senza lasciare tracce sul territorio.

Come valutare se gli investimenti pubblici sull’automotive funzionano davvero

Il vero banco di prova per questi 631 milioni sarà la capacità di produrre risultati concreti nel sistema industriale italiano. Non basterà il numero di domande o la semplice erogazione dei fondi. Servirà tenere d’occhio almeno cinque indicatori: gli investimenti privati attivati per ogni euro pubblico speso, la quantità e qualità di brevetti e proprietà intellettuale nate e mantenute in Italia, il passaggio dalle tecnologie sperimentali alla produzione di serie, l’ingresso stabile di nuovi fornitori, startup e PMI nella filiera, e infine l’aumento di posti di lavoro qualificati, con particolare attenzione alla crescita della spesa in R&S nel Mezzogiorno.

Solo con risultati concreti su questi fronti si potrà parlare di una vera svolta. Altrimenti, rischiamo che questo sforzo si riduca a una toppa temporanea che non rilancia davvero il settore automotive italiano.

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