Il Regno Unito è la terra dove gli imprenditori italiani stanno lasciando il segno, raccontano i numeri del report Job Creators 2026, presentato a Londra il 14 ottobre. Sono molti, infatti, i fondatori di startup e aziende in rapida crescita con radici italiane. Non si tratta solo di cifre: dietro c’è un fenomeno che parla chiaro. Il talento c’è, ma in Italia fa fatica a decollare. Oltre Manica, invece, quel talento trova terreno fertile, si trasforma in imprese solide, crea posti di lavoro e genera valore reale. Nel frattempo, l’Italia continua a perdere imprenditori più di quanti riesca ad attrarne, e il divario non accenna a ridursi.
Scaleup britanniche: la spinta decisiva arriva dagli imprenditori stranieri
Secondo il report Job Creators 2026, tra le 100 aziende che crescono più rapidamente nel Regno Unito, ben 54 hanno almeno un fondatore straniero. Un dato che mostra come l’immigrazione sia un vero e proprio motore di innovazione. Queste aziende non sono solo numerose, ma pesano per il 70% del valore complessivo delle top 100, pari a circa 15,8 miliardi di sterline. Insomma, chi arriva da fuori spesso spinge le imprese a livelli più alti di sviluppo. Nonostante le difficoltà legate alla Brexit e alla burocrazia, il Regno Unito continua a puntare sul capitale umano internazionale.
Negli ultimi anni, la quota di aziende con almeno un founder straniero è passata dal 39% nel 2023 al 54% nel 2026. Un trend che dimostra come il Regno Unito stia vincendo la sfida di attrarre menti innovative. Queste imprese non sono un’eccezione, ma il cuore dell’ecosistema delle scaleup britanniche. Il mix tra talento straniero e dinamiche locali crea un terreno fertile per far crescere l’economia, un modello che molti osservatori internazionali stanno studiando da vicino.
Stati Uniti: la patria degli unicorni nati all’estero
Negli Stati Uniti il fenomeno è ancora più marcato. Il National Foundation for American Policy rileva che il 59% delle startup valutate oltre il miliardo di dollari ha almeno un fondatore nato all’estero. E se si considerano anche i figli di immigrati, la quota sale a due terzi. Questo racconta di un sistema imprenditoriale da sempre aperto a competenze e visioni internazionali. Silicon Valley e altre aree tech americane restano il punto di riferimento per chi arriva da ogni parte del mondo, portando con sé voglia di rischiare e innovare.
Gli imprenditori italiani, pur presenti negli USA, sono in numero minore rispetto ad altre nazionalità. In Gran Bretagna, invece, gli italiani sono ben rappresentati, segno che ci sono idee e competenze che in patria faticano a esprimersi ma che altrove trovano terreno fertile.
Italia seconda solo agli USA per founder stranieri nelle scaleup UK
Uno dei dati più interessanti del report riguarda la provenienza dei founder stranieri nelle 100 scaleup britanniche. L’Italia è seconda, con otto imprenditori, dietro solo agli Stati Uniti. Davanti a paesi come Germania, India e Russia, che ne contano sette o sei. Un segnale chiaro: il talento italiano c’è, è competitivo nel mondo e vede nella Gran Bretagna un punto di riferimento per crescere e innovare.
Ma l’Italia non compare nella classifica dei founder di unicorni negli Stati Uniti. Mentre India, Israele e Regno Unito dominano, i founder italiani sono pochi e rappresentano più un’eccezione che la regola. Londra resta la scelta preferita per motivi pratici: più vicina, meno costosa da raggiungere e con meno ostacoli per costruire reti e raccogliere capitali rispetto alla Silicon Valley.
L’Italia perde i suoi migliori imprenditori e il valore resta all’estero
Sono tanti i talenti italiani che, dopo aver avviato progetti ambiziosi, decidono di trasferirsi all’estero per far crescere le proprie imprese. È un fenomeno noto a chi segue il mondo delle startup italiane. Otto founder italiani tra le 100 scaleup più dinamiche del Regno Unito sono la dimostrazione di un problema strutturale: l’Italia fatica a far nascere e sviluppare startup competitive a livello globale e finisce per esportare i propri imprenditori di successo. Così, il valore in termini di lavoro, innovazione e capitali si crea altrove.
Il flusso è a senso unico: l’Italia produce talenti ma importa pochissimi founder stranieri. Non si tratta solo di fuga dei cervelli, ma anche della mancanza di un ricambio con nuove eccellenze straniere che possano rafforzare il tessuto imprenditoriale locale. In sostanza, è un peccato vedere tanti giovani imprenditori emergere fuori dall’Italia, ma è ancora più grave non riuscire ad attrarre nuove energie dall’estero.
The Liquid Factory, un modello italiano che funziona
Tra le poche note positive c’è The Liquid Factory, realtà italiana che riesce ad attirare talenti internazionali. Grazie a iniziative mirate, ha coinvolto imprenditori come Sylwia Szymczyk con Fashionista, Lohra Famy con Elephantroom e Hamad Shokr e Ibrahim Goda con Solship, prossimi a chiudere un finanziamento seed a doppia cifra.
Questi casi dimostrano che si può invertire la rotta, ma serve un impegno concreto e la capacità di valorizzare l’immigrazione qualificata. È naturale e spesso positivo che i migliori talenti italiani cerchino opportunità all’estero, ma dall’altra parte bisogna cambiare mentalità e politiche per accogliere chi può portare valore, reti e voglia di innovare nel sistema produttivo italiano.
Immigrazione qualificata, una risorsa per rilanciare l’Italia
Al di là dell’orgoglio nazionale o dell’amarezza per la fuga dei cervelli, bisogna guardare al fenomeno da una prospettiva più ampia. L’immigrazione qualificata è una leva decisiva per rinnovare l’industria di un paese. I founder stranieri non portano solo competenze tecniche: spesso hanno già affrontato il salto verso nuovi mercati e sono più propensi al rischio. Inoltre, dispongono di reti internazionali essenziali per far crescere e allargare un’impresa.
La presenza massiccia di imprenditori stranieri nelle aziende a più rapida crescita e con maggiore valore — oltre la metà delle scaleup e il 70% del valore complessivo — dimostra che l’ingresso di capitali umani dall’estero è una leva che nessun sistema moderno può ignorare. Per l’Italia la sfida è chiara: attrarre più founder stranieri per compensare la perdita di talenti locali e rendere il proprio ecosistema più competitivo nel mondo.
In Italia il dibattito resta fermo sulla fuga dei cervelli
Nel nostro paese il dibattito pubblico si concentra soprattutto sulla fuga dei cervelli, su come trattenerli o farli tornare. Temi importanti, ma incompleti. I paesi che riescono a crescere sono quelli che attirano più talenti stranieri di quanti ne perdono in casa. Anche il Regno Unito perde founder, soprattutto verso gli Stati Uniti, ma riesce a superare queste perdite attirandone da 35 paesi diversi.
L’Italia ha un tessuto industriale ricco di potenzialità, ma deve rinnovarsi in fretta. Serve una scelta chiara: continuare a esportare talento o provare a trattenere e attirare imprenditori stranieri. Formare nuovi talenti richiede anni, importare figure pronte all’azione è più veloce, con procedure come il rilascio di visti semplificati. Oggi questa differenza può fare la differenza per restare nel gioco globale.
La richiesta è semplice: servono politiche efficaci per attrarre startup e founder da tutto il mondo. Solo così l’Italia potrà trasformare la sua naturale vocazione in un vero motore di crescita economica e innovazione.