«Unire forze e capitali per crescere insieme»: è questo il principio che sta dietro ai club deal, una formula che sta rivoluzionando il modo di investire in startup, imprese e progetti immobiliari di grande respiro. Negli ultimi anni, imprenditori e investitori hanno abbracciato questa modalità, attratti dalla possibilità di condividere rischi e opportunità, senza rinunciare al controllo sulle scelte strategiche. Non è un fondo comune, né un semplice gruppo informale: è un modello ibrido, capace di mescolare flessibilità e regole chiare. Ma cosa significa davvero partecipare a un club deal? Chi ha voce in capitolo? E quali sono le insidie da evitare?
Club deal: cos’è e come si struttura
Il club deal è un investimento collettivo in cui un gruppo di persone o enti si unisce per finanziare un progetto o un’impresa ben precisa. Non si tratta di puntare su un portafoglio diversificato, ma di concentrare risorse e attenzione su un unico obiettivo, tramite una società veicolo o partecipazioni dirette.
In Italia e all’estero, questa formula è molto usata in venture capital, private equity e real estate, dove servono capitali più alti di quelli che un singolo può mettere. Di solito si crea una società a responsabilità limitata o per azioni che fa da “contenitore” dell’investimento, semplificando la gestione e la rappresentanza verso l’impresa target.
Fondamentali sono gli accordi tra soci, i patti parasociali e le regole di governance, che stabiliscono chi decide cosa e come si gestisce il veicolo o l’impresa. Questi dettagli cambiano a seconda dell’investimento, ma sono essenziali per garantire trasparenza e ordine.
Club deal, club, fondo e crowdfunding: le differenze da conoscere
Nel mondo degli investimenti collettivi ci sono varie formule, e il club deal si distingue chiaramente. Un club di investitori è una rete o una comunità che si incontra per scambiarsi idee e valutare opportunità, ma non significa investire in automatico in ogni progetto. I club deal sono invece le singole operazioni concrete a cui si può aderire.
Diverso è un fondo di venture capital tradizionale, dove un gestore decide come investire in un portafoglio diversificato, mentre nel club deal ogni investitore sceglie se partecipare a un’operazione specifica. Il crowdfunding, invece, raccoglie soldi da un pubblico molto vasto tramite piattaforme online, spesso coinvolgendo piccoli risparmiatori; i club deal invece aggregano investitori professionali o qualificati, con capitali e competenze mirate.
A volte i modelli si intrecciano: un club deal può usare una piattaforma di crowdfunding per facilitare la raccolta, ma la struttura e le regole restano ben diverse. È importante anche capire il quadro normativo, con direttive europee come l’AIFMD e le linee guida ESMA che regolano questi investimenti collettivi.
Club deal: un fenomeno nato dalla collaborazione tra investitori
Il club deal nasce dall’incontro di due mondi: gli investimenti coordinati nel settore tech e innovazione, e le grandi acquisizioni nel private equity.
In Silicon Valley, uno dei primi esempi è Band of Angels, fondato nel 1994. Qui un gruppo di investitori esperti si è unito per valutare insieme startup tecnologiche, sostenendole con soldi e mentoring. È stata l’unione di competenze a fare la differenza nella selezione dei progetti.
Nel private equity, i consorzi di investitori importanti sono nati soprattutto nei primi anni 2000, per affrontare acquisizioni di grandi dimensioni. Un esempio famoso è l’acquisto di SunGard nel 2005, quando sette operatori di private equity hanno unito capitali per un’operazione multimiliardaria.
Queste esperienze hanno dato vita a un modello flessibile, adatto a realtà di diverse dimensioni, ma con l’obiettivo comune di condividere investimenti e rischi. Oggi, con le piattaforme digitali, la preparazione e la gestione documentale sono più semplici, ma la qualità del progetto resta decisiva.
Come entrare in un club deal: i passaggi da seguire
Investire in un club deal richiede attenzione e un percorso ben definito. Non tutte le operazioni sono uguali, e i dettagli fanno la differenza.
Prima di tutto, bisogna capire chi organizza l’operazione: può essere una rete di business angel, imprenditori, piattaforme online o specialisti del settore. È importante valutare la loro reputazione, i capitali raccolti e il ruolo che avranno prima, durante e dopo l’investimento.
Poi, serve stabilire quanto capitale si può impegnare, considerando che spesso si tratta di soldi bloccati per anni e che potrebbero servire ulteriori finanziamenti. Bisogna pensare a cosa succede se non si riesce a uscire nei tempi previsti.
Il passo successivo è analizzare bene l’azienda o il progetto: dalla presentazione iniziale alla due diligence, passando per la struttura societaria, i dati finanziari, il team, il mercato potenziale, i rischi normativi e strategici. Nel caso delle startup si guarda soprattutto al modello di business e ai flussi di cassa, mentre per imprese più mature o immobiliari pesa di più la sostenibilità economica.
Infine, prima di sottoscrivere, bisogna leggere con attenzione gli accordi: quote, diritti e doveri, costi, commissioni o carried interest a favore di chi organizza. Qui si definiscono anche le modalità di uscita, i diritti di voto, la possibilità di cedere le quote e come gestire eventuali conflitti tra soci.
Solo dopo aver passato tutto questo si procede con il versamento del capitale e si parte con il monitoraggio, attraverso report periodici e decisioni assembleari.
Club deal in Italia: business angel e piattaforme attive
In Italia ci sono diverse realtà che raccolgono investitori in club deal, da associazioni di business angel a piattaforme digitali.
Italian Angels for Growth è uno dei nomi più noti. Ogni investimento viene fatto tramite un club deal ad hoc, che raccoglie capitali e competenze in modo organizzato, con l’aiuto di una fiduciaria che gestisce partecipazioni e deleghe. Nel 2022 hanno avviato una collaborazione con ClubDealFiduciaria, puntando su startup come Built AI, attiva nel settore immobiliare.
Anche il Club degli Investitori, formato da business angel, si concentra su imprese innovative di vario tipo e dimensione, con nomi importanti come D-Orbit e Satispay. Oltre al capitale, offrono consulenza, network e relazioni, puntando molto sull’aspetto collaborativo.
Infine, ClubDealOnline è una piattaforma digitale che ha raccolto milioni per aziende in crescita, come D-Orbit nel 2020. Il modello introduce regole precise e facilita l’accesso a investimenti strutturati, ma richiede agli investitori di conoscere bene le condizioni del servizio.
Club deal nel mondo: grandi acquisizioni e veicoli speciali negli USA
I club deal si sono diffusi anche all’estero, spesso con operazioni di grande portata.
Nel 2005, sette operatori di private equity si sono uniti per comprare SunGard in un’operazione da oltre 11 miliardi di dollari, con nomi come Blackstone, Silver Lake, Bain Capital e Goldman Sachs. È uno dei più grandi club deal istituzionali degli ultimi anni.
Nel 2007, KKR e TPG hanno coordinato un’acquisizione da 45 miliardi per il gruppo energetico TXU, un altro esempio di investimento condiviso su scala enorme.
Nel venture capital, AngelList ha sviluppato il modello SPV , che permette a più investitori di finanziare una startup tramite un unico veicolo. Questo semplifica la gestione e limita il numero di soci diretti, anche se cambia diritti e responsabilità individuali.
Club deal: vantaggi e rischi da tenere a mente
Tra i vantaggi del club deal c’è l’accesso a operazioni complesse o di grandi dimensioni, difficili da affrontare da soli. Unendo soldi e competenze, il gruppo può scegliere e gestire meglio gli investimenti.
La condivisione delle conoscenze aiuta a guardare il progetto da varie angolazioni — mercato, tecnologia, strategia — mentre i contatti dei soci possono favorire la crescita dell’impresa.
Ma attenzione: il club deal non è un investimento diversificato, si punta su un solo progetto, perciò tutti corrono gli stessi rischi. L’illiquidità è un punto critico, perché vendere quote di società non quotate può richiedere tempo e condizioni sfavorevoli.
In più, la convivenza tra investitori può causare tensioni su tempi, strategie di uscita o nuovi finanziamenti. Senza regole chiare e trasparenti, costi come commissioni, spese e carried interest possono pesare parecchio sui guadagni finali.
Per questo è fondamentale sapere chi gestisce l’investimento, come lo fa e quali incentivi ha, così da evitare conflitti d’interesse e capire davvero cosa aspettarsi.