«Abbiamo raccolto più di 100 milioni di euro», dicono con orgoglio dall’Italian Founders Fund. Un risultato che quasi raddoppia l’obiettivo iniziale di 60 milioni. Ma qui non si parla solo di numeri. A impressionare è la squadra di investitori: oltre 160, per lo più imprenditori già affermati nel mondo delle startup. Sono proprio loro, con l’esperienza maturata sul campo, a fare la differenza. Non si limitano a mettere soldi, ma aprono porte, offrono contatti, e costruiscono un ecosistema in cui i nuovi founder possono crescere, spingersi oltre i confini italiani. Un modello che cambia il volto del venture capital nel nostro Paese, e che punta decisamente in alto.
Founder che investono in founder: un modello italiano con radici nella Silicon Valley
Italian Founders Fund ha adottato una formula già collaudata negli Stati Uniti: lasciare che siano gli imprenditori stessi a investire nei loro pari, in startup in cui credono davvero. Un cambio di passo rispetto al venture capital tradizionale, spesso distante e basato solo su numeri. Qui il valore vero sta nella comunità. I founder di successo mettono a disposizione la loro esperienza, diventano sparring partner e soprattutto aprono le porte a network di clienti e partner strategici.
Il bello di questa community è proprio questo: prima ogni founder era spesso solo davanti alle sue sfide, senza un confronto diretto. Ora c’è una rete che moltiplica le opportunità: confronto, consigli pratici, occasioni per testare i prodotti sul campo. Questo aiuta anche a costruire credibilità, fondamentale per trovare nuovi investitori e allargare i mercati.
Il network di IFF conta oltre cento imprenditori con un passato di successo, nomi come Luca Ferrari di Bending Spoons e Riccardo Zacconi di King.com. Il loro peso nel processo di selezione è decisivo. Non mettono solo i soldi, ma partecipano attivamente, valutano le startup, prendono parte a call e incontri, offrono consigli concreti. Questo coinvolgimento diretto permette di capire meglio il potenziale reale delle nuove imprese, ben oltre i semplici numeri.
Crescere all’estero: la nuova sfida dei founder italiani
Lorenzo Franzi, partner di IFF, mette in luce un cambiamento nella mentalità dei founder italiani. La sfida non è più solo creare un buon prodotto, ma portarlo su scala internazionale. In un mercato globale, pochi settori possono accontentarsi del solo mercato nazionale: serve pensare in grande fin dall’inizio.
Non tutte le startup devono diventare colossi globali, ma l’ambizione di espandersi all’estero è ormai un criterio chiave per IFF nella valutazione dei progetti. Il valore di una startup si misura anche dalla scala che può raggiungere, e spesso il passo naturale è guardare oltre i confini italiani. Il network di founder esperti è fondamentale proprio in questo, offrendo contatti, know-how operativo e ricerche di mercato per entrare in nuovi mercati.
Ci sono però realtà che restano locali ma solide e competitive, come Complaion, nata in Italia e poi sbarcata in Spagna. Oggi il venture capital guarda con attenzione a queste diversità di modelli, valutando ogni progetto per le sue reali possibilità di crescita.
La collaborazione con fondi internazionali è un tassello importante in questa fase. Gli investitori esteri cercano startup italiane con potenzialità di svilupparsi all’estero, capaci di superare i limiti del mercato locale. Non si tratta di prodotti “italiani” a tutti i costi, ma di innovazioni che possano avere successo a livello globale.
Intelligenza artificiale e venture capital: come cambia la selezione dei progetti
L’arrivo dell’intelligenza artificiale sta cambiando anche il modo in cui IFF investe e valuta le startup. Oggi non basta avere un’idea o una tecnologia interessante: conta soprattutto la capacità del team di usare l’AI in modo efficace, dentro il prodotto e nei processi interni.
Capire se i founder sanno integrare l’AI è diventato un criterio fondamentale. Questa competenza apre nuove porte e accelera la crescita, ma non tutti i team la possiedono.
Tra le novità emerse negli ultimi mesi ci sono i “solo founder”: imprenditori che lanciano startup da soli, sfruttando gli strumenti di AI per amplificare velocità e capacità. Anche IFF li prende in considerazione senza pregiudizi. Conta il risultato, l’efficacia del progetto e la capacità del founder, non la composizione del team.
Questa evoluzione segna una fase più dinamica anche nel venture capital, dove l’innovazione tecnologica non è solo un settore da finanziare, ma diventa parte integrante del modo stesso di investire.
Italian Founders Fund guarda avanti: tra consolidamento e crescita
Con capitali raccolti oltre le aspettative, Italian Founders Fund si prepara a consolidare e far crescere le startup già in portafoglio, accompagnandole verso nuovi traguardi e fasi di sviluppo.
Il periodo di investimento si chiuderà entro fine 2027, ma già si pensa a un nuovo fondo per raccogliere risorse fresche e continuare a sostenere la community. Il futuro si gioca sulla capacità di mantenere e rafforzare il legame tra founder e startup, mettendo a disposizione risorse e know-how.
Il venture capital italiano è in fermento. I numeri sono ancora piccoli rispetto ai mercati più maturi, ma la crescita è strutturata. Gli investitori istituzionali aumentano, gli operatori stranieri guardano con interesse alle startup italiane, segno che l’ecosistema sta attirando nuovi capitali.
Serve pazienza, ma anche consapevolezza: costruire un sistema competitivo richiede tempo e costanza. L’approccio “founder backing founder” è un tratto distintivo che può consolidare il ruolo dell’Italia sulla mappa dell’innovazione globale.