Marco Ferrando: nell’era dell’AI il giornalismo deve puntare su relazione e fiducia

Redazione

20 Giugno 2026

Ogni giorno, milioni di italiani si confrontano con un’informazione che sembra sfuggire di mano. Leggono, guardano, ascoltano, ma la fiducia nei media resta sorprendentemente bassa. Marco Ferrando, vicedirettore di Avvenire e autore del Digital News Report Italia 2026, racconta un paradosso: in un’epoca dominata dall’intelligenza artificiale, dai social e dalle nuove tecnologie, il rapporto con le notizie si fa più fragile. E allora? La risposta, dicono i dati, non sta solo nella velocità o nell’ampiezza dell’informazione, ma nella qualità. Nel giornalismo che spiega, che dà senso, non solo che passa notizie.

L’Italia tra curiosità e sfiducia: informarsi tanto, ma credere poco

Nel 2026, l’Italia si conferma un Paese molto attento alle notizie. Il 57% degli italiani le consulta più volte al giorno, uno dei tassi più alti in Europa, superato solo dalla Finlandia. Eppure, la fiducia nei contenuti giornalistici è ferma al 32%, in calo di quattro punti rispetto all’anno precedente e sotto la media globale. Social media e chatbot di intelligenza artificiale sono considerati poco affidabili, con tassi di fiducia bassissimi: 15% e 16%.

Questa contraddizione non è un semplice segno di disinteresse, ma piuttosto la spia di una crisi nel rapporto con le fonti. Gli italiani continuano a informarsi, ma preferiscono ambienti dove i marchi tradizionali del giornalismo non spiccano. Social network, piattaforme video, motori di ricerca e creator diventano i nuovi “luoghi” delle notizie, spesso fruite in modo casuale, rendendo più difficile per le testate mantenere il loro ruolo di punto di riferimento.

Creator, chatbot e smart tv: il volto nuovo dell’informazione

Oggi l’informazione italiana si muove in un ecosistema più variegato rispetto al passato. Creator e newsfluencer raccolgono il 36% dell’attenzione del pubblico. La loro forza non sta tanto nella brevità dei messaggi, ma nella capacità di spiegare e mettere in prospettiva fatti complessi, una qualità particolarmente apprezzata dai giovani. Non sostituiscono il giornalismo tradizionale, ma mostrano cosa il pubblico cerca: chiarezza e approfondimento.

La smart tv è un altro protagonista. Il 46% degli italiani la usa per informarsi, preferendo piattaforme come YouTube o app video ai canali televisivi tradizionali. Questo segnale indica un ritorno a contenuti più articolati, con video di media o lunga durata che offrono contesto, ben diversi dai brevi spezzoni tipici dei social, percepiti meno come fonte primaria di informazione.

Anche i chatbot di intelligenza artificiale si stanno facendo strada come strumenti di approfondimento. Il 6% degli italiani, soprattutto giovani e persone con alto livello di istruzione, li utilizza per esplorare meglio le notizie, orientarsi tra le fonti o chiedere spiegazioni. È un segno che la domanda di chiarezza e contesto resta forte tra gli utenti digitali.

Giovani e politica: un interesse vivo che chiede risposte serie

Tra i giovani italiani, l’interesse per la politica spicca. Il 28% di chi ha tra 18 e 24 anni si dice molto o estremamente interessato, più di tutte le altre fasce d’età. Questo dimostra che la domanda c’è, ma il sistema dell’informazione spesso non riesce a soddisfarla. I giovani vogliono linguaggi semplici e spiegazioni precise, rifiutando l’etichetta di disinteressati. Pretendono un’informazione che li prenda sul serio e risponda alle loro esigenze, cosa che ancora manca.

Pagare per informarsi: una sfida, ma la qualità fa la differenza

In Italia, resta difficile far pagare per le notizie online. Solo l’8% degli utenti acquista contenuti, ma cresce chi sceglie abbonamenti continuativi, passando dal 31% al 43%. Tra questi, il 38% sostiene il giornalismo per motivi ideali, non solo per il prodotto in sé. È un segnale che cresce la consapevolezza del valore della qualità e l’importanza di costruire un rapporto solido tra testate e lettori.

La fiducia si costruisce soprattutto con una comunicazione trasparente, imparziale e capace di affrontare temi complessi. Su argomenti come l’immigrazione, però, i giudizi restano duri: il 44% dà una valutazione negativa contro solo l’11% di opinioni positive. Inoltre, il 32% degli italiani crede che i politici abbiano una forte influenza sull’informazione, percentuale che arriva al 69% includendo anche chi la considera “abbastanza” rilevante. Chiarezza e indipendenza restano dunque sfide fondamentali.

Digitale contro tv: un sorpasso ancora in bilico

L’uso delle fonti digitali ha superato quello della televisione, con il 69% contro il 62% per la tv tradizionale. Eppure, il televisore resta la fonte principale per il 48% degli italiani, contro il 45% dell’online. Questo fenomeno si registra solo in Italia e in Francia, mentre altrove la tv perde terreno più rapidamente. Intanto i social media aumentano la loro presenza settimanale, arrivando al 45%, e crescono anche come fonte primaria, dal 17% al 22% negli ultimi tre anni.

Le testate televisive resistono più dei quotidiani, che dal 2017 hanno dimezzato i loro lettori. Cresce però la solidità dei giornali locali. Tra le testate online più seguite spiccano Fanpage , Tgcom24 , Ansa online , SkyTg24 online e La Repubblica online . Post e Will Media si affermano soprattutto tra gli under 35, con il 15% e l’11%.

Disinformazione e fuga dalle notizie: cresce la preoccupazione in vista delle elezioni

Nel clima che precede le elezioni del 2026, la paura della disinformazione si fa sentire più forte. Il 59% degli italiani si dice preoccupato, cinque punti in più rispetto all’anno scorso. Parallelamente, torna a salire anche la cosiddetta news avoidance: il 36% evita spesso o a volte le notizie, un dato in crescita rispetto al 2025. Questo scenario riflette uno scetticismo crescente e una diffidenza che condizionano il modo in cui le notizie vengono accolte e interpretate nel Paese.

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