“Non basta più essere esperti in un solo campo.” Lo dice Piergiorgio Grossi, Chief Innovation & Data Officer di Credem, rompendo un mantra che fino a ieri sembrava incrollabile: la “T-shaped personality”. Quel modello, con la sua idea di competenze verticali e qualche conoscenza trasversale, oggi scricchiola. Il mercato corre, cambia in fretta, e chiede qualcosa di più: flessibilità, capacità di apprendere sempre, di adattarsi. Grossi l’ha spiegato chiaramente in un post su LinkedIn, lanciando una sfida a chi si occupa di lavoro e innovazione. La figura chiave per il 2026? L’Expert Generalist, un professionista che sa muoversi tra saperi diversi, senza fermarsi mai. Una chiave per capire come cambierà il lavoro nei prossimi anni.
La T-shaped personality: un modello che ha fatto la storia
Per anni, la “T” è stata il simbolo del professionista ideale. La barra verticale sta per una competenza profonda, mentre quella orizzontale indica la capacità di collaborare con altre aree. Nato negli anni ’90 nel mondo della consulenza strategica e promosso da IDEO, un’agenzia di design americana, questo modello ha guidato per decenni selezioni, formazione e crescita in molte aziende. Ha rappresentato un equilibrio tra specializzazione e apertura, evitando sia la chiusura del singolo esperto sia la superficialità del generalista.
Grossi conferma che la T-shaped personality ha funzionato a lungo. Dopo esperienze in Ferrari Formula 1, Ducati e Credem, ha saputo muoversi con disinvoltura tra mondi diversi, toccando tecnologia e finanza. Ma oggi la velocità del cambiamento e l’arrivo dell’intelligenza artificiale stanno stravolgendo tutto. Secondo il World Economic Forum, entro il 2030 quasi il 40% delle competenze attuali spariranno o si trasformeranno, spingendo le aziende a investire molto in formazione. Serve quindi una nuova figura, e non si può più aspettare.
Expert Generalist: più che un esperto, un tessitore di competenze
Martin Fowler, esperto di ingegneria software, propone un modello che supera la “T”: l’Expert Generalist, rappresentato da un “pettine” invece di una sola barra verticale. Qui non si parla di una sola specializzazione, ma di più competenze profonde e genuine. Nel concreto, significa professionisti che dominano insieme machine learning, gestione prodotto, analisi dati e strategie di mercato.
Non è solo una somma di abilità, ma una vera rivoluzione dell’identità professionale. La domanda “che lavoro fai?” perde senso. L’Expert Generalist è un integratore, capace di affrontare problemi complessi da prospettive diverse e con strumenti vari. Grossi sottolinea che questa versatilità è fondamentale per adattarsi ai continui cambiamenti del lavoro.
Imparare a imparare: la vera forza dell’Expert Generalist
La grande novità che Grossi porta sul tavolo è questa: non conta tanto quello che sai, quanto come impari. Non si tratta di accumulare dati, ma di sviluppare una meta-abilità, una “specializzazione nell’imparare”. L’Expert Generalist entra in un nuovo settore, ne coglie i fondamenti e raggiunge subito un livello operativo, senza partire già da un bagaglio completo. Questo grazie a un metodo di apprendimento rapido ed efficace.
Grossi individua tre pilastri per questa abilità. Prima di tutto, una curiosità attiva e critica: non si accontenta della superficie, vuole capire in profondità e risolvere dubbi. Poi, una collaborazione aperta e sincera, che riconosce i propri limiti e si affida a esperti di altri campi, trasformando la rete in un vero valore. Infine, l’umiltà intellettuale: sapere che nessuno sa tutto e ogni punto di vista è parziale. Questi elementi rendono il professionista flessibile e preparato in un mondo che cambia veloce.
Le competenze più richieste e l’effetto dell’intelligenza artificiale
Il World Economic Forum, nel suo Future of Jobs Report 2025, indica chiaramente cosa cercheranno le aziende: pensiero analitico, resilienza, flessibilità e agilità. Curiosità e apprendimento continuo, cioè, sono al centro di questa lista, proprio come suggerisce Grossi per l’Expert Generalist.
L’intelligenza artificiale generativa, poi, accelera tutto: oggi si acquisiscono competenze tecniche in poche settimane, cosa che prima richiedeva anni. Questo non toglie valore alla specializzazione, ma sposta l’attenzione su chi sa usare l’AI come uno strumento potente, capace di porre le domande giuste. Chi sa muoversi tra campi diversi, dialogare e sintetizzare diventa una risorsa preziosa. L’Expert Generalist è dunque il ponte tra discipline, un tassello chiave per le aziende di domani.
Formazione e reskilling: la sfida del nuovo modello
Grossi punta il dito su una questione difficile: come si diventa Expert Generalist? Non è semplice. Se per costruire la T-shaped personality bastava specializzarsi e poi aprirsi ad altri ambiti, imparare a imparare richiede un approccio più dinamico. Non si impara da un libro o da un corso, ma vivendo esperienze diverse, cambiando settore, uscendo dalla zona di comfort e confrontandosi con idee diverse.
Qui c’è un problema nelle strategie aziendali attuali, che spesso puntano su percorsi standard e misurabili per acquisire competenze specifiche. Grossi invita invece a ripensare la formazione: non più accumulo di nozioni, ma trasformazione profonda della capacità di apprendere e adattarsi. Un cambiamento che riguarda anche la persona, non solo il ruolo lavorativo.
Il percorso di Grossi, che ha attraversato mondi diversi come la Formula 1, la moto e la finanza, dimostra che diventare Expert Generalist è possibile e porta risultati concreti. In un mercato che corre veloce, questa figura non solo sa destreggiarsi meglio, ma può guidare le aziende nei passaggi più difficili dell’era digitale. Restare ancorati ai vecchi modelli rischia di far perdere terreno quando competenze e bisogni evolvono.
