Nel 2019, Fluidstack nasce tra i banchi dell’università di Oxford, un’idea innovativa pronta a rivoluzionare il mondo della tecnologia. Oggi, la stessa azienda vale 18 miliardi di dollari, ma la sua sede non è più in Europa: è stata spostata negli Stati Uniti. È un paradosso che racconta molto del destino delle startup europee. Qui si formano talenti di prim’ordine, si accendono scintille di genialità, ma quando arriva il momento di trasformare l’idea in impresa globale, spesso manca il supporto finanziario necessario. Così, il capitale americano entra in scena, acquisisce le realtà più promettenti e porta via quel valore che, in fondo, è nato a casa nostra. Fluidstack è solo l’ultimo esempio di un fenomeno che rischia di svuotare il Vecchio Continente di futuro e innovazione.
Fluidstack: da Oxford al cloud per l’intelligenza artificiale
Fluidstack nasce nel 2017 dalla mente di César Maklary e Gary Wu, due ragazzi dell’università di Oxford. L’idea è semplice ma geniale: creare un marketplace alla Airbnb, ma invece di case si condivide la potenza di calcolo delle GPU, quei chip fondamentali per l’intelligenza artificiale. In quegli anni la domanda di potenza di calcolo cresceva a ritmi vertiginosi, e loro hanno colto l’occasione di sfruttare i computer dei videogiocatori sparsi nel mondo, spesso inutilizzati per gran parte del tempo.
All’inizio si sono concentrati su un sistema peer-to-peer, che permetteva a ricercatori e startup di accedere a una rete diffusa di risorse computazionali. Questo approccio rifletteva bene la tradizione europea di mettere insieme ricerca e tecnologia. Fluidstack si è così fatta un nome, diventando partner di laboratori di ricerca in Europa, come quelli in Francia, e rappresentando un’eccellenza del Vecchio Continente.
Ma il mercato dell’intelligenza artificiale è cambiato in fretta. Oggi i grandi player non vogliono più sistemi sparsi e frammentati, ma infrastrutture solide, veloci e affidabili: cluster di GPU fisicamente vicini e connessi in modo ultra rapido, necessari per addestrare modelli di AI sempre più complessi. Fluidstack ha anticipato questo cambiamento e si è reinventata, passando da semplice marketplace a fornitore di “neocloud”, costruendo e gestendo data center di nuova generazione ad alte prestazioni.
Questa svolta ha portato a collaborazioni con partner importanti, come la startup francese Mistral AI. Ma a sorpresa, Fluidstack ha rinunciato a un costoso progetto europeo da 10 miliardi di euro per data center in Francia, preferendo un accordo miliardario con l’americana Anthropic e spostando il suo quartier generale a New York.
Perché l’Europa perde terreno: la crisi del capitale per far crescere le startup
La scelta di Fluidstack di trasferirsi negli Stati Uniti non è un caso isolato, ma il sintomo di un problema profondo. Il problema è che i mercati finanziari europei sono più piccoli e meno sviluppati rispetto a quelli americani. Se all’inizio le startup europee riescono a trovare qualche sostegno, quando serve il grande salto – la fase in cui un’azienda deve crescere rapidamente per diventare globale – i soldi scarseggiano.
Secondo il CFA Institute, gli investimenti in venture e growth capital in Europa sono circa un quarto rispetto agli Stati Uniti, rapportati al PIL. E nelle fasi più avanzate, quelle decisive per la scalata, l’Europa arriva a malapena al 10% dei volumi americani. Così, startup come Fluidstack, dopo aver dimostrato il proprio valore tecnico e commerciale, si trovano davanti a un bivio: crescere lentamente perdendo terreno, o cercare i fondi oltreoceano.
Il bisogno di capitali si fa sentire ancora di più quando si parla di data center per l’AI, che richiedono investimenti enormi tra equity, debito e private equity. Basti pensare alla linea di credito da 10 miliardi di dollari appena ottenuta da Fluidstack, possibile solo grazie al supporto di grandi “hyperscaler” americani, cioè colossi tecnologici pronti a utilizzare la potenza di calcolo offerta. Questo crea un ecosistema finanziario sofisticato, di dimensioni che in Europa restano un miraggio, divisa com’è tra mercati piccoli e diffidenti nel rischiare nelle fasi più avanzate.
In più, il capitale “informato”, quello capace di riconoscere il valore vero delle tecnologie deep tech e di investire in startup ad alto contenuto tecnologico, si concentra soprattutto negli Stati Uniti, in particolare a Wall Street e nella Silicon Valley, come dimostrano i fondi protagonisti nelle operazioni con Fluidstack.
L’Europa sforna talenti, ma poi li perde negli States
Fluidstack non è un caso unico. Un sondaggio di Sifted mostra che circa un quarto delle startup europee più promettenti nel settore AI sta pensando o ha già deciso di spostare la propria sede negli Stati Uniti. Il motivo? “Valutazioni di mercato più alte, accesso a capitali più consistenti e vicinanza a grandi clienti industriali.”
Questo fenomeno si vede anche nelle acquisizioni. Un report di Dealroom rivela che gli spin-off accademici europei generano grande valore, ma negli ultimi anni la maggior parte è finita nelle mani di acquirenti americani. Dal 2019 sono stati trasferiti oltre oceano quasi 24 miliardi di dollari.
Ci sono però anche esempi in controtendenza, come Poolside AI, un’azienda americana che ha scelto di aprire il suo centro operativo a Parigi per sfruttare le competenze matematiche e ingegneristiche di alto livello presenti in Francia, con costi più contenuti rispetto alla Silicon Valley. Questo dimostra che il problema non è la mancanza di talenti in Europa, ma un sistema finanziario che non regge il passo.
Sovranità tecnologica in bilico: la sfida per l’Europa
La fuga di aziende strategiche come Fluidstack è un campanello d’allarme per l’Europa. L’infrastruttura necessaria all’intelligenza artificiale — data center e reti ultraveloci — è diventata una risorsa fondamentale, paragonabile alla rete elettrica per il nostro secolo.
Affidarsi a capitali e controlli esteri significa lasciare in mano a potenze fuori dall’Europa il futuro digitale del continente, con conseguenze industriali e geopolitiche pesanti. L’Europa rischia così di rimanere un semplice laboratorio di ricerca, perdendo opportunità di lavoro qualificato e il controllo sulle tecnologie chiave.
La politica europea sta cercando di cambiare rotta. Il Fondo Europeo per gli Investimenti ha appena lanciato un fondo da 15 miliardi per supportare il venture capital dedicato alla crescita delle startup. Ma i soldi pubblici non bastano: servono mercati dei capitali più uniti, meno frammentati, e regole più snelle che favoriscano gli investimenti transfrontalieri.
Serve anche spingere gli investitori istituzionali europei a puntare di più sull’innovazione e sull’economia reale, prendendo esempio dai grandi fondi universitari americani, capaci di investire con orizzonti a lungo termine e una maggiore propensione al rischio.
La storia di Fluidstack mette in chiaro quanto sia urgente agire su questi fronti. Senza un sistema finanziario solido e integrato, l’Europa rischia di perdere terreno nelle tecnologie più importanti e di rinunciare al pieno controllo del proprio futuro digitale.
