Neva SGR di Intesa Sanpaolo: 600 milioni raccolti in 6 anni, un successo per il venture capital italiano?

Redazione

1 Ottobre 2026

Sei anni, 600 milioni di euro raccolti. Il portafoglio di startup italiane e straniere cresce, stagione dopo stagione. Ma basta questo a definire il successo di Neva SGR insieme a Intesa Sanpaolo, la prima banca italiana? Dietro i numeri si nasconde una realtà più articolata: investimenti diretti, leve finanziarie, strategie che si intrecciano all’interno di un gigante bancario. Non si tratta solo di cifre, ma di come quel capitale si traduce in presenza concreta e sviluppo industriale. Ecco la vera sfida.

Neva SGR: dove si posiziona il venture capital di Intesa Sanpaolo nel panorama italiano

Neva SGR nasce nel 2020 come braccio di venture capital controllato dall’Innovation Center di Intesa Sanpaolo, con l’obiettivo di investire in startup innovative su più fronti. In sei anni ha raccolto 600 milioni di euro attraverso sei fondi, investendo finora 273 milioni in oltre cinquanta società, sia italiane che straniere, e in fondi specializzati. Di questi, circa 55 milioni sono già rientrati con le cosiddette exit, ovvero la vendita delle quote.

Il capitale proprio versato direttamente da Intesa Sanpaolo in Neva è intorno ai 300 milioni, un impegno importante ma che resta contenuto se confrontato con utili e ricavi del gruppo. Per fare un esempio, i 600 milioni raccolti corrispondono a poco più del 2% dei ricavi operativi netti della banca nel 2023, mentre il capitale diretto investito rappresenta circa il 3% dell’utile netto di un anno, distribuito però su sei esercizi.

Neva è strettamente legata al gruppo: fa capo all’Innovation Center e risponde direttamente al CEO di Intesa Sanpaolo. Nel consiglio di amministrazione ci sono rappresentanti di diverse aree della banca, dal corporate banking all’investment banking, passando per la rete imprese e l’impatto sociale. Questo legame permette di unire capitale di rischio, competenze tecnologiche e un ampio network di clienti corporate, per sostenere la crescita di nuove filiere industriali, seguendo la strada che Intesa Sanpaolo ha scelto per l’innovazione.

Come si confronta il venture capital di Intesa Sanpaolo con quello delle grandi banche europee

Guardando fuori dai confini nazionali, il modello di Neva si misura con quelli di altri grandi gruppi bancari europei, che adottano approcci diversi ma con qualche punto in comune. Banco Santander, per esempio, tramite il fondo Mouro Capital, ha raccolto circa un miliardo di dollari dal 2015 a oggi, quasi tutto proveniente dalla banca stessa. Questo investimento diretto è superiore a quello di Intesa Sanpaolo, anche se distribuito su un arco temporale più lungo, e dimostra come Santander abbia voluto puntare con decisione sull’innovazione nel fintech.

BNP Paribas, invece, ha concentrato risorse proprie per circa 350 milioni di euro nel 2023, rivolgendosi soprattutto a imprese che lavorano su transizione ecologica, impatto sociale e sostenibilità. Qui la banca combina capitale proprio con fondi specializzati che coinvolgono investitori istituzionali e privati, seguendo un modello più tematico e meno generalista rispetto a Neva.

BBVA ha scelto una strada diversa: non lavora con fondi di venture capital propri, ma ha creato Spark, una divisione che offre credito, servizi finanziari e venture debt a startup e scaleup. Il sostegno all’innovazione passa così attraverso il finanziamento diretto e il rapporto con le imprese in crescita, con un portafoglio crediti di circa un miliardo di euro, che completa o sostituisce l’investimento in equity.

Questi esempi mostrano che una grande banca europea può mettere in campo capitali propri più consistenti e adottare strategie che combinano equity, credito e servizi integrati. Per Intesa Sanpaolo, il capitale investito in Neva è più un punto di partenza che un traguardo definitivo.

Il ruolo chiave di Neva SGR nella crescita industriale secondo Intesa Sanpaolo

Neva non è solo un veicolo finanziario: è uno strumento integrato nel gruppo Intesa Sanpaolo per sviluppare nuove filiere industriali e tecnologiche. Come sottolineano i vertici, l’obiettivo è unire innovazione e competitività, accompagnando le startup dal rischio iniziale fino all’espansione su scala industriale.

Il modello di lavoro punta a mettere insieme capitale di rischio, rapporti bancari e clientela corporate. Le startup nel portafoglio di Neva trovano nuove opportunità di crescita, sia sul fronte finanziario — con ulteriori investimenti o finanziamenti — sia su quello commerciale, grazie all’accesso al network clienti della banca.

In questo modo, l’investimento diretto di Intesa Sanpaolo dovrebbe avere un effetto moltiplicatore ben più ampio rispetto ai fondi raccolti, trasformando l’ecosistema innovativo italiano in un terreno fertile per lo sviluppo industriale e la crescita economica del Paese.

Per Neva è fondamentale mantenere una rigorosa disciplina finanziaria, senza perdere di vista però la prospettiva industriale. I risultati dei primi fondi ne sono la prova: per esempio, il fondo Neva II, lanciato nel 2024, ha già restituito agli investitori l’11% del capitale, con un valore del portafoglio superiore a quanto investito.

Le sfide future per Intesa Sanpaolo e il venture capital in Italia

La sfida ora è replicare o superare i livelli di investimento in capitale proprio, ampliando l’uso coordinato di equity, credito e relazioni con i clienti. Nel 2023 il venture capital italiano ha mosso 1,7 miliardi di euro. Neva ne rappresenta una fetta importante, ma i 300 milioni di capitale proprio investiti finora indicano margini di crescita significativi per Intesa Sanpaolo nel campo dell’innovazione.

Il confronto con le strategie europee suggerisce che il venture capital può diventare uno strumento di sistema, affiancato da servizi finanziari evoluti come venture debt, factoring e private banking. Questi strumenti sono essenziali per spingere le startup verso la maturità industriale, oltrepassando i limiti del solo investimento in equity.

Neva e Intesa Sanpaolo si trovano davanti alla sfida di trasformare il venture capital da investimento specialistico in leva industriale, capace di far nascere nuove filiere e rafforzare il tessuto produttivo nazionale. Il potenziale c’è, così come la struttura e le risorse. Ora tocca alle scelte strategiche: aumentare l’impegno diretto in capitale, integrare i servizi e collegare le startup ai clienti corporate della banca.

Il percorso per valorizzare davvero il capitale di rischio nel sistema bancario italiano passa da qui. Il futuro dell’innovazione in Italia si gioca anche su questa scommessa.

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