Le aziende cambiano più velocemente di quanto riusciamo a star dietro. Questa frase, pronunciata da un manager di un’importante realtà italiana, riassume una verità ormai assodata: l’intelligenza artificiale non è solo un nuovo strumento da adottare, ma un fattore che obbliga a ripensare radicalmente il modo di lavorare. Non basta aggiornarsi tecnologicamente, serve acquisire competenze capaci di gestire scenari sempre più complessi e incerti. Proprio in questo campo, il design thinking conferma il suo valore, offrendo un approccio per interpretare bisogni e opportunità che emergono in maniera imprevedibile. Lo conferma una recente ricerca del Politecnico di Milano, che ha delineato le abilità chiave per il 2030, tracciando profili professionali pronti a guidare il cambiamento con lucidità e visione.
Dietro la ricerca: come è nata la mappatura delle competenze
L’indagine è stata condotta dall’Osservatorio Design Thinking for Business, parte degli Osservatori Digital Innovation del Politecnico di Milano. Gianluca Carella, direttore della ricerca, ha coordinato un lavoro durato un anno che ha coinvolto una vasta rete di professionisti e stakeholder. Il percorso ha previsto sessioni di co-progettazione, workshop e laboratori, durante i quali sono stati raccolti oltre 2.000 minuti di registrazioni qualitative.
Questi dati sono stati analizzati per definire un primo quadro delle competenze richieste, poi sottoposto a confronto con la comunità di esperti per revisioni e approfondimenti. Successivamente è stata fatta una survey quantitativa, con domande su scala Likert, per misurare l’importanza e la diffusione delle singole abilità. Questo lavoro accurato ha permesso di mettere a fuoco le capacità più urgenti e di evidenziare anche i punti di vista divergenti tra gli addetti ai lavori. Il risultato è una mappa solida, utile per ripensare le professionalità in azienda.
Il designer del futuro veste quattro “maschere”: cognitive, relazionali, etiche e operative
La ricerca propone un modello dinamico che supera l’idea del professionista isolato e specializzato in un solo ambito. Il designer di domani si muove tra quattro “maschere”, ovvero gruppi di competenze che cambiano a seconda del contesto.
Il primo gruppo riguarda le abilità cognitive, cioè come si pensa e si interpreta la complessità. In cima alla lista c’è il System Thinking, la capacità di collegare elementi diversi dentro sistemi complessi. Subito dopo c’è la curiosità, fondamentale per imparare sempre e adattarsi. Il Future Thinking, cioè il pensiero rivolto al futuro, è riconosciuto come strategico ma ancora difficile da tradurre in scelte concrete.
Il secondo gruppo riguarda le competenze relazionali, che servono per lavorare in team multidisciplinari e dialogare con gli stakeholder. L’ascolto strutturato è considerato fondamentale per allineare punti di vista diversi e costruire accordi. Al secondo posto c’è la capacità di favorire relazioni collaborative nel gruppo. Su un punto delicato come la gestione delle emozioni, però, le opinioni si dividono: è una competenza professionale o una dote personale?
Il terzo gruppo mette al centro l’etica dell’azione. Con l’uso sempre più diffuso dell’intelligenza artificiale, diventa indispensabile inserire criteri etici nel processo decisionale. Importante anche la valutazione dell’impatto, con metriche chiare. Ma qui emergono tensioni: quanto davvero può controllare il designer la crescita responsabile e l’integrazione culturale, se spesso queste aree dipendono da strategie aziendali più ampie?
L’ultimo gruppo riguarda le competenze operative, cioè come il designer lavora concretamente ogni giorno. La flessibilità metodologica è la principale, cioè la capacità di adattare strumenti e modelli alle situazioni. Dietro c’è l’orchestrazione di processi complessi, che richiede di gestire molte variabili dentro e fuori l’azienda. Anche su questo fronte si aprono discussioni: la gestione dei dati è compito del designer o una responsabilità più diffusa? E la costruzione di narrazioni complesse? Comunicare senza semplificare troppo resta una sfida.
Il mercato del lavoro chiede competenze trasversali e flessibili
Le tendenze emerse dalla ricerca trovano conferma nelle offerte di lavoro reali. Le aziende cercano professionisti con competenze trasversali, in grado di muoversi tra intelligenza artificiale, sostenibilità e product management, più che figure specializzate in un solo ambito.
Circa il 70% degli annunci punta su profili capaci di destreggiarsi tra questi mondi. Tra i ruoli più innovativi spicca il Systemic Strategy Designer, esperto nel gestire dati e complessità organizzativa. Questi professionisti non si limitano a risolvere problemi, ma aiutano a capire quali problemi vale la pena affrontare.
La sfida per chi ricopre questi ruoli è doppia: superare l’isolamento operativo tipico di molte realtà e coordinare le diverse anime dell’azienda con un approccio collaborativo e multidisciplinare. Non si tratta di creare “supereroi”, ma designer agili capaci di adattarsi alle situazioni usando le “maschere” individuate dalla ricerca.
Intelligenza artificiale: opportunità e nodi etici
L’intelligenza artificiale continua a trasformare ogni settore. Dal riconoscimento del linguaggio naturale all’automazione robotica, le tecnologie AI sono ormai ovunque. In sanità, per esempio, il deep learning supporta l’analisi di immagini diagnostiche e la personalizzazione delle cure. In agricoltura, droni e sensori intelligenti migliorano la produzione. Nel settore finanziario, l’AI aiuta a scovare frodi e a gestire i rischi.
L’intelligenza artificiale prescrittiva è una frontiera avanzata: non si limita a prevedere, ma suggerisce azioni ottimali valutando tante variabili in contesti complessi. Questa capacità è cruciale in supply chain, logistica e pianificazione strategica, dove le decisioni rapide e basate sui dati fanno la differenza.
Ma l’adozione dell’AI apre anche questioni etiche importanti. Bias nei modelli, rischi di errori nei sistemi generativi, protezione dei dati e responsabilità sui contenuti creati sono problemi ancora aperti. L’AI spiegabile – quella che permette di capire come e perché prende certe decisioni – si presenta come una soluzione fondamentale, soprattutto in ambiti delicati come la sanità, dove capire l’algoritmo è essenziale per fidarsi dei risultati.
In Italia, diverse startup stanno muovendo passi significativi, applicando l’AI in settori diversi: da dispositivi per non vedenti a sistemi antiriciclaggio, dal monitoraggio energetico ai chatbot personalizzati. Tuttavia, una ricerca del MIT segnala che il 95% dei progetti di AI generativa nelle grandi aziende non raggiunge risultati concreti. Le ragioni? Mancata integrazione tecnologica, strategie poco solide e aspettative troppo alte. Chi invece è più snello, senza vincoli storici e con obiettivi chiari, ottiene risultati migliori.
L’automazione sta facendo un salto con l’AI, diventando più intelligente e adattiva. Software robotici imparano a prendere decisioni contestuali, mentre i veicoli autonomi si avvicinano alla realtà. Nell’ottica dell’Industry 4.0, l’AI aiuta a ottimizzare produzione, manutenzione e rapporti con i clienti. Secondo PwC, entro il 2030 l’intelligenza artificiale potrebbe aggiungere circa 15.700 miliardi di dollari all’economia globale, confermando il ruolo strategico di questa tecnologia nei prossimi anni.
