L’evoluzione del design in Italia: come la GenAI trasforma l’intelligenza artificiale in partner cognitivo quotidiano

Redazione

3 Giugno 2026

Il 68% dei designer italiani usa ormai l’intelligenza artificiale generativa nel proprio lavoro quotidiano. Un dato che non lascia dubbi: il design in Italia sta cambiando in modo radicale. Non si tratta più solo di strumenti nuovi, ma di un vero e proprio cambio di paradigma, che rimescola metodi e approcci consolidati. Eppure, questa rivoluzione porta con sé anche molti interrogativi, a cominciare da come valutare l’efficacia dei nuovi processi e quali competenze saranno davvero indispensabili domani. A tracciarne i contorni è la più recente indagine dell’Osservatorio Design Thinking for Business del Politecnico di Milano, che fotografa il 2025 per anticipare ciò che il 2026 ci chiederà.

Team piccoli ma agili, poco peso nelle scelte strategiche

L’indagine, condotta all’inizio del 2026 su una rete di designer e manager attivi nel 2025, dipinge un settore fatto di gruppi compatti e molto produttivi. Nel 44% delle aziende, i team di design sono formati da meno di 15 persone, ma riescono a portare a casa da 5 a 20 progetti di innovazione ogni anno. Spesso, però, queste squadre lavorano in strutture molto centralizzate, dove il design resta concentrato all’interno dell’azienda e non si distribuisce lungo le diverse linee di prodotto o sedi geografiche. Questo modello è soprattutto diffuso in settori tradizionali come finanza, energia e telecomunicazioni, dove si preferisce tenere stretto il controllo sulle competenze progettuali.

Nonostante questa efficienza, il design fatica a ritagliarsi un ruolo nelle decisioni di vertice. Più che partecipare alle scelte strategiche, i team sono chiamati a intervenire soprattutto nelle fasi operative e di sviluppo. Così, il design resta spesso un’attività esecutiva, senza voce in capitolo quando si decide la direzione da prendere o come creare valore.

La sfida di dimostrare il valore del design con numeri e dati

Uno dei problemi più spinosi è capire come misurare il contributo del design al business. Il 42% degli intervistati ammette di non avere alcun sistema strutturato per valutare l’impatto delle attività progettuali, mentre solo il 12,6% utilizza metriche quantitative solide e collegate agli obiettivi aziendali. Di solito, la valutazione si basa su feedback informali o interviste, strumenti che faticano a tradurre i risultati in numeri chiari per la direzione.

Questa mancanza di dati concreti alimenta un circolo vizioso: senza prove tangibili, i vertici aziendali tendono a vedere il design come un semplice supporto tecnico, non come un elemento chiave per le scelte strategiche. Solo meno del 18% dei leader considera il design un asset fondamentale per l’impresa. Così, senza strumenti e visibilità, il design resta fuori dai tavoli dove si decidono investimenti e strategie.

L’intelligenza artificiale entra nel lavoro quotidiano dei designer

Negli ultimi due anni, l’adozione delle nuove tecnologie ha preso il volo. Oggi quasi il 79% dei professionisti usa strumenti di intelligenza artificiale generativa quasi ogni giorno, mentre solo l’1,4% non li utilizza affatto. Tra le piattaforme preferite, domina ChatGPT con oltre il 63% delle preferenze, seguito da Microsoft Copilot, Google Gemini e altri. Nel mondo del design, Figma si distingue per l’attenzione alle esigenze specifiche dei progettisti.

L’AI non si limita a compiti semplici o ripetitivi. Al contrario, trova maggiore impiego nelle attività più complesse: analisi dei bisogni, ricerca sugli utenti, definizione dei problemi. Qui l’intelligenza artificiale diventa un vero “partner di pensiero”, che aiuta a potenziare il ragionamento critico del designer, senza però sostituirlo nelle fasi manuali o creative, come la prototipazione. La tecnologia cambia il modo in cui si immaginano e costruiscono le soluzioni, ma richiede anche un continuo aggiornamento delle competenze.

Futuro del design: strutture più flessibili e gap formativo da colmare

Nei prossimi anni cambieranno non solo gli strumenti, ma anche l’organizzazione. Il modello centralizzato nel design dovrebbe ridursi di circa il 9%, mentre la decentralizzazione geografica è destinata a calare ancora di più, intorno al 18%. Al contrario, cresceranno forme ibride e molto fluide, con team cross-funzionali dove la cultura progettuale si diffonde tra gruppi diversi. C’è persino chi immagina che la funzione design sparisca come entità separata, per fondersi in tutti i processi aziendali.

Ma questi cambiamenti portano con sé rischi legati alle competenze. Nonostante l’attenzione crescente a temi come la conoscenza dell’AI, il pensiero strategico e l’etica, i designer attribuiscono poco peso ad aspetti fondamentali come l’analisi dei dati, la leadership e la gestione del cambiamento. Questo scollamento tra aspirazioni e capacità reali rischia di indebolire il ruolo e la credibilità del design. La sfida sarà mettere a punto metodi precisi per misurare il valore prodotto e sostenere una formazione che unisca design, business e dati.

Design thinking e intelligenza artificiale: una nuova alleanza nel processo creativo

L’arrivo dell’intelligenza artificiale generativa segna un punto di svolta anche per il design thinking. Questo metodo, basato sull’attenzione ai bisogni degli utenti e su un continuo ciclo di ideazione, prototipazione e test, guadagna nuove possibilità grazie alla tecnologia. L’AI allarga gli orizzonti creativi, permette di esplorare soluzioni nuove e accelera la fase di ideazione. Ma il ruolo del designer resta centrale: è lui a guidare e interpretare questi strumenti intelligenti.

Sul campo, l’AI sostiene soprattutto le attività cognitive, più che il lavoro manuale. L’uso intenso nella ricerca e nella definizione dei problemi conferma questa tendenza. Resta aperta la questione di come le aziende possano mettere a punto strategie chiare per indirizzare l’adozione dell’AI verso obiettivi concreti e condivisi.

Quando il design diventa leva di innovazione responsabile e inclusiva

Il design thinking ha già dato i suoi frutti in molte aziende importanti. Dall’innovativo carrello della spesa di IDEO negli anni ’90 ai centri di innovazione di 3M, dalle piattaforme AppHaus di SAP fino alla grande trasformazione di PepsiCo, che ha moltiplicato per dieci la sua forza lavoro nel design. Questi casi dimostrano che, con metodi rigorosi e tecnologia avanzata, il design può creare prodotti e servizi davvero centrati sulle persone.

Tra le pratiche più importanti spiccano la sperimentazione continua e l’abduzione, cioè la capacità di pensare fuori dagli schemi e trovare soluzioni originali a problemi complessi. L’AI, inoltre, favorisce una cultura più aperta e collaborativa: facilita la comunicazione tra team diversi, supera barriere e allinea competenze interdisciplinari. Nel processo progettuale, l’intelligenza artificiale diventa un elemento che sintetizza dati, insight e opinioni, aiutando a gestire tutto con più consapevolezza.

In sostanza, nel 2026 il design in Italia si trova a un bivio: da una parte l’espansione massiccia delle nuove tecnologie e un’evoluzione culturale nelle aziende, dall’altra la necessità urgente di definire come misurare i risultati, di coinvolgere il design nelle scelte strategiche e di colmare il divario tra formazione e ruolo. Il futuro dipenderà dalla capacità del settore di trasformare queste sfide in azioni concrete e durature.

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