In Italia, le grandi aziende hanno fatto dell’open innovation un vero e proprio motore di crescita. Collaborano con startup, sperimentano nuove idee, conquistano mercati. Le piccole e medie imprese? Spesso arrancano, si perdono tra definizioni e difficoltà pratiche. L’ultimo rapporto dell’Osservatorio Startup Intelligence del Politecnico di Milano non lascia spazio a dubbi: mentre le big company lavorano a braccetto con l’ecosistema dell’innovazione, le PMI restano quasi sempre a guardare. Mancano risorse, competenze e, non da ultimo, una mentalità pronta al cambiamento. Eppure, proprio qui si nasconde un’opportunità enorme, se solo riuscissero a superare questi limiti.
Grandi imprese italiane: l’open innovation diventa routine
Negli ultimi sette anni, le grandi aziende italiane hanno fatto passi da gigante sull’open innovation. Dal 2018 al 2025, la quota di grandi imprese che adottano questa pratica è salita dal 57% all’86%. Non si tratta più di esperimenti isolati, ma di un approccio sistematico che entra nel cuore delle strategie aziendali.
Oggi le grandi imprese scelgono con cura i progetti di innovazione più in linea con le loro priorità, investono nel monitoraggio dei risultati e cercano di integrare davvero le idee esterne con la propria strategia interna. La collaborazione non è più sporadica: startup, università e centri di ricerca sono diventati partner stabili.
Questo salto di maturità porta benefici tangibili: processi più efficienti, ritorni economici concreti e un aumento delle competenze interne. La sfida ora è mantenere alta la qualità dei progetti e far sì che gli investimenti in innovazione restino allineati agli obiettivi di lungo termine.
PMI italiane: tra conoscenza limitata e pochi progetti strutturati
Le PMI, cuore pulsante del sistema produttivo italiano, sono ancora indietro sull’open innovation. Secondo i dati del 2025, quasi la metà delle piccole e medie imprese non conosce affatto il concetto, e un altro 25% lo capisce solo in teoria, senza però avviare iniziative concrete. Solo il 6% ha messo in piedi processi strutturati, mentre un ulteriore 9% sta valutando se provarci.
Le dimensioni ridotte e le organizzazioni più snelle spiegano in parte questo ritardo: mancano spesso risorse economiche, competenze dedicate e capacità di gestire collaborazioni complesse con startup o centri di ricerca. Molte PMI restano concentrate sulla gestione quotidiana, senza riuscire a integrare l’open innovation in modo stabile.
Così, per molte piccole imprese l’innovazione aperta resta un’idea da esplorare, ma troppo complicata o rischiosa da mettere davvero in pratica. Mancano esempi chiari e una cultura condivisa che aiutino a passare dalla teoria alla realtà.
Open innovation nelle PMI: collaborazioni timide e strumenti limitati
Tra le PMI italiane, l’adozione di idee e tecnologie esterne resta ancora timida e sporadica. Il 66% dichiara di non aver avviato collaborazioni strutturate con partner esterni. Quando succede, spesso si tratta di iniziative semplici, come accordi con poche startup o attività di scouting occasionali.
Strumenti più complessi, come fusioni, acquisizioni, hackathon o incubatori interni, sono ancora rari. Le PMI che innovano lo fanno soprattutto in modo tattico, seguendo opportunità immediate più che una strategia chiara e a lungo termine.
Questo approccio frammentato limita le possibilità di sfruttare appieno il potenziale delle startup, che in questo momento sono una fonte preziosa di tecnologie avanzate e nuovi modelli di business.
Outbound innovation: una strada ancora quasi inesplorata per le PMI
L’open innovation in uscita, cioè la cessione o valorizzazione di innovazioni sviluppate internamente, è praticamente assente tra le PMI. L’84% dichiara di non aver mai adottato pratiche per diffondere o monetizzare fuori dall’azienda le proprie idee.
Dietro questa rigidità ci sono difficoltà a proteggere la proprietà intellettuale, la mancanza di competenze legali e tecnologiche adeguate e l’assenza di una strategia chiara per gestire l’innovazione. Eppure, questa potrebbe essere una grande occasione per ampliare mercati, costruire reti e superare i limiti legati a dimensioni e risorse.
PMI che innovano: vantaggi concreti ma limiti evidenti
Le PMI che si sono lanciate nell’open innovation raccontano risultati tangibili, anche se spesso limitati all’interno dell’azienda. Il 54% segnala miglioramenti nei processi e nell’organizzazione, mentre il 43% ha registrato ritorni economici diretti.
Tra i benefici emergono anche il rafforzamento delle competenze tecniche e manageriali e la riduzione di costi e rischi legati all’innovazione . Insomma, per molte PMI l’open innovation è soprattutto un modo per rendere più stabile e meno incerta l’attività innovativa, più che un motore per conquistare nuove posizioni di mercato.
Startup e PMI: un gap enorme nelle collaborazioni
Uno dei divari più evidenti tra grandi aziende e PMI riguarda il rapporto con le startup. Nel 2025, il 63% delle grandi imprese ha collaborato con almeno una startup, mentre tra le PMI la quota si ferma al 10%. Una differenza enorme, che racconta di capacità e risorse completamente diverse.
Le grandi aziende hanno ormai integrato le startup come partner strategici nei loro modelli di innovazione. Le PMI, invece, si limitano spesso a collaborazioni sporadiche, legate a singole iniziative senza una struttura stabile. A questo si aggiunge una cultura del rischio più contenuta e un accesso limitato alle risorse.
Il risultato è un ecosistema frammentato che rischia di penalizzare la crescita e la competitività futura delle PMI italiane.
Open innovation nelle PMI: ostacoli da superare e qualche luce in fondo al tunnel
Le difficoltà delle PMI nell’adottare l’open innovation sono molte. La priorità data alla gestione quotidiana, le risorse limitate, la mancanza di figure dedicate e la difficoltà a misurare risultati a breve termine sono nodi ancora da sciogliere.
Ma qualche segnale positivo c’è. Cresce l’interesse per modelli agili come il venture clienting, e sempre più PMI riconoscono il valore delle startup come partner tecnologici. Sta prendendo piede la consapevolezza che l’innovazione non può più essere un’attività isolata.
Il vero salto di qualità però richiede un cambio di mentalità, che sposti l’attenzione da interventi sporadici a una strategia organica e sistemica. Fondamentale sarà il sostegno di politiche pubbliche, associazioni di categoria e cluster territoriali. Iniziative come il Piano “Transizione 5.0” potrebbero aiutare a colmare il gap tra grandi e piccole imprese.
In un mondo che cambia veloce, aprirsi all’esterno può diventare la chiave per garantire a tutto il sistema produttivo italiano la competitività e la capacità di resistere alle sfide del futuro.
