«All’inizio era tutto un salto nel buio», ammette Aurelio Mezzotero, managing partner di The Techshop. Il venture capital in Italia non è nato sotto i riflettori, ma ha fatto passi da gigante in pochi anni. Da un panorama confuso e disorganizzato, si è trasformato in un settore che ora guarda con sicurezza al futuro, grazie a chi ha saputo mettere ordine e visione. Dietro il fermento delle startup, spesso si nascondono regole rigide, tempi lunghi e strategie complesse, difficili da cogliere per chi si avvicina per la prima volta al mondo del fundraising. Ma Mezzotero lo ribadisce: non basta la tecnologia, a fare la differenza sono le persone. E questa, più di ogni altra cosa, è la vera sfida degli investimenti oggi.
Da private equity a venture capital: il cammino di Aurelio Mezzotero
Mezzotero ha iniziato la sua carriera nel private equity, per poi avvicinarsi al venture capital all’interno di Intesa Sanpaolo. Racconta gli anni 2000 come un periodo “preistorico”: non c’erano ancora processi chiari né una vera cultura sugli investimenti in startup. Per mettere insieme le basi di Atlante Ventures, un fondo da 50 milioni, ha studiato direttamente dai manuali internazionali.
Il problema principale era mettere soldi in aziende giovani, senza limiti di settore ma con buone possibilità di uscita. Però, lavorare dentro una grande banca significava fare i conti con una burocrazia rigida che non si adattava a un fondo VC in crescita. Così, nel 2021, Mezzotero ha lasciato quella realtà per fondare The Techshop insieme a Gianluca D’Agostino, puntando su un modello più flessibile e operativo, dove il capitale è solo una parte del supporto.
The Techshop: un fondo seed che scommette sul digitale e il tech stack
Con 53 milioni a disposizione, The Techshop investe esclusivamente in startup in fase seed, con cifre che vanno da 500 mila a un milione di euro. Il target sono circa 23 aziende, quasi tutte nel digitale B2B, software, intelligenza artificiale, marketplace e piattaforme online. Il fondo è disposto a puntare anche su startup ancora senza fatturato.
Il nome Techshop richiama l’idea di un’officina concreta, un “negozio” dove i fondatori trovano non solo soldi ma anche supporto reale. Per questo la due diligence è molto rigorosa e si concentra su due punti chiave: la solidità del tech stack, cioè l’infrastruttura tecnologica del prodotto, e la capacità del team di resistere e superare le difficoltà. Proprio per questo motivo, il fondo preferisce investire in team compatti e affiatati, scartando a priori startup guidate da un solo founder.
Fundraising: quando la fretta si scontra con la burocrazia
Uno degli aspetti più complicati del fundraising è la tempistica. Mezzotero sottolinea che molti founder pensano di chiudere in poche settimane, ma la realtà è ben diversa: i processi possono durare mesi, tra iter burocratici e valutazioni approfondite.
Tre fattori allungano i tempi: la dimensione dell’investimento, che se è alta richiede verifiche più dettagliate; i vincoli imposti dalla vigilanza della Banca d’Italia, a cui The Techshop deve sottostare; e infine la necessità di un accordo unanime tra tutti i partner del fondo, che può rallentare tutto se ci sono opinioni diverse.
Mezzotero ricorda il caso di un giovane founder convinto di chiudere un round in un paio di settimane, che invece ha impiegato sei mesi per completare una Serie A con investitori di primo piano. Un monito chiaro: bisogna essere realisti e puntare a costruire rapporti duraturi con gli investitori, non solo a chiudere il giro di finanziamenti.
Come si valuta un investimento seed: tecnologia e squadra al centro
In Italia, investire in startup seed è complicato dalla mancanza di dati finanziari solidi. Molte realtà sono appena nate e i bilanci sono poco strutturati. Per questo The Techshop sposta l’attenzione sulla qualità della tecnologia e sull’affiatamento del team.
Il tech stack viene analizzato per capire se il prodotto si basa su fondamenta tecnologiche solide e scalabili. Ma è il team a fare davvero la differenza: deve saper affrontare problemi tecnici e di mercato. Per questo il fondo si avvale anche di un talent advisor che valuta la resilienza e la capacità di lavorare insieme del gruppo. Spesso conta anche l’istinto nel riconoscere se la squadra ha stoffa.
Nessun investimento viene fatto se c’è solo un founder: più teste vuol dire meno rischi legati a problemi personali o operativi. Questa attenzione alla compattezza aiuta a proteggere il capitale e a gettare basi solide per la crescita futura.
Il venture capital italiano: numeri, settori in crescita e fragilità da superare
I dati più recenti del 2025 mostrano un settore ancora piccolo rispetto ad altri Paesi europei. Il venture capital pesa poco sul PIL nazionale, ben lontano da Francia e Germania. I fondi corporate sono pochi e molte iniziative pubbliche cercano di dare una spinta: per esempio, la Regione Lazio ha stanziato oltre 100 milioni per sostenere il venture capital.
Le aree che attirano di più gli investimenti sono ICT, healthcare, fintech e smart city. In particolare, il life sciences ha fatto passi avanti nel primo semestre del 2025, con round più corposi e aziende che chiedono capitali importanti. Nonostante l’aumento dei round seed e pre-seed, restano problemi legati alla scarsa innovazione brevettabile e alla dimensione ridotta degli asset degli investitori italiani.
Un modello interessante è quello del corporate venture capital che mette insieme aziende consolidate e operatori specializzati, come la collaborazione tra A2A e 360 Capital. Qui la finanza si combina con la capacità industriale, creando opportunità per accelerare lo sviluppo tecnologico e l’adozione nei processi produttivi. Queste esperienze vanno osservate con attenzione per capire dove può andare il venture capital nel nostro Paese.
