Nel 2025, le imprese italiane hanno investito milioni in startup innovative, segnando una svolta nel modo di fare innovazione. Non più solo ricerca interna o grandi acquisizioni, ma un approccio diverso: il corporate venture capital, cioè investimenti mirati in aziende giovani e agili. Non si tratta di comprare, ma di collaborare, di creare ponti tra le grandi realtà e chi ha idee nuove da trasformare in business. Questo fenomeno sta crescendo velocemente, coinvolgendo sia colossi industriali sia fondi specializzati, e sta cambiando il volto dell’ecosistema imprenditoriale italiano. La partita è aperta e vale la pena guardare da vicino come si stanno muovendo i protagonisti.
Corporate venture capital: cos’è e perché è la leva dell’open innovation
Il corporate venture capital significa che una grande azienda investe in una startup o una piccola impresa innovativa entrando nel capitale con una quota di minoranza. L’obiettivo non è prendere il controllo, ma accedere a tecnologie nuove, idee rivoluzionarie o modelli di business originali. Si tratta di portare innovazione dall’esterno, superando i limiti della ricerca interna e integrandola con le risorse consolidate dell’azienda.
Questo approccio sposa il concetto di open innovation, cioè un modo di innovare che non si basa solo sulle risorse interne, ma cerca competenze e stimoli fuori dall’azienda. Così si colmano gap tecnologici in modo più rapido e si anticipano trend senza dover puntare tutto su progetti interni. Il corporate venturing si declina in varie forme: investimenti diretti, strutturati da team dedicati, o programmi di accelerazione dove l’azienda affianca le startup con risorse e mentoring, ottenendo progressivamente un maggior controllo.
Il CVC sta crescendo in molti settori, diventando uno strumento chiave per restare competitivi in mercati sempre più complessi e veloci, soprattutto dove tecnologia, sostenibilità e intelligenza artificiale spingono a una trasformazione continua.
I tre modelli di investimento nel corporate venture capital
Nel corporate venture capital si distinguono tre modi principali di investire.
Il primo è il modello “balance sheet”: l’azienda investe direttamente nel capitale della startup usando i propri fondi e gestisce internamente budget e scelte strategiche. Qui il CVC è parte della struttura finanziaria dell’impresa, che vuole tenere sotto controllo il proprio portafoglio.
Il secondo modello prevede che l’azienda sia General Partner di un fondo captive, cioè un fondo dedicato e controllato, con un team specializzato che però risponde direttamente alla società madre. È un approccio più strutturato e sofisticato, ma sempre con un controllo stretto.
Infine, c’è il modello Limited Partner: l’azienda investe in modo passivo in un fondo di venture capital esterno, senza influire sulle decisioni operative. È un impegno meno pesante a livello organizzativo, ma con minore influenza sulle strategie delle startup.
Gli investimenti spesso si distribuiscono su più fasi per ridurre i rischi e valutare i progressi delle startup: si parte dall’early stage e si prosegue con le fasi successive man mano che il progetto prende forma.
La governance può essere singola o condivisa con altri investitori come fondi, banche o gruppi industriali, ognuno con ruoli e aspettative diverse. Così le imprese guadagnano sia conoscenza sull’innovazione e il mercato, sia ritorni economici.
Acceleratori e programmi corporate: più di semplici investimenti
Il corporate venture capital non si limita a mettere soldi. Molte grandi aziende hanno messo in piedi programmi di accelerazione dedicati alle startup. Offrono mentorship, coaching, spazi di lavoro, supporto commerciale e finanziamenti seed.
Questi programmi permettono alle aziende di seguire da vicino l’evoluzione delle startup, replicare modelli vincenti e integrare innovazioni in modo controllato. Gli acceleratori diventano così laboratori dinamici dove nascono tendenze e si costruiscono partnership strategiche.
In pratica, sono uno strumento per diversificare il rischio dell’innovazione, evitando di puntare solo su progetti interni. Permettono di scovare progetti promettenti prima che diventino concorrenti e di testare rapidamente nuove soluzioni sul mercato.
Corporate venture capital in Italia: numeri e protagonisti nel 2025
Anche in Italia il corporate venture capital sta crescendo, benché i volumi restino ancora modesti rispetto ai mercati più maturi. Il Decimo Osservatorio sull’Open Innovation e CVC di InnovUp e Politecnico di Milano segnala per il 2025 una raccolta di 189 milioni di euro su 49 aziende attive, con un aumento del 20% rispetto al 2024 dopo un anno di frenata.
I settori più attivi sono energia e utilities, che raccolgono il 34% degli investimenti, seguiti da pharma e healthcare con il 23%. Sul fronte tecnologico, oltre la metà delle aziende punta su intelligenza artificiale e climate tech, mentre il software è centrale nel 45% dei casi.
In Italia, una startup o PMI innovativa su tre ha già partecipazioni da operatori non finanziari, ma solo il 3,4% delle imprese di medie dimensioni ha legami strutturati con corporate. Le realtà partecipate sono 523, con 829 milioni di euro di ricavi, pari al 6,4% del totale delle startup e PMI innovative.
Dal punto di vista geografico, gli investimenti si dividono quasi equamente tra Italia , resto d’Europa e Nord America , a conferma di una strategia internazionale che non perde di vista il mercato domestico.
Corporate venture capital nel mondo: la ripresa dopo la battuta d’arresto
Dopo due anni difficili, nel 2024 il mercato globale del CVC ha mostrato qualche segnale di ripresa, ma resta lontano dai picchi del 2021. Nel mondo sono stati siglati circa 7.900 accordi, in crescita del 15% rispetto all’anno prima, ma con meno operazioni ad alto valore.
In Europa, nel 2024 sono stati chiusi 1.870 accordi per 21,3 miliardi di dollari, secondo dati di PitchBook e Sifted. Il 2023 era stato un anno duro, con un calo del 30% rispetto al 2022. Nei primi sette mesi del 2023 si contarono 977 accordi per 12,5 miliardi, contro i 2.741 e quasi 50 miliardi dell’anno precedente.
Molte aziende hanno dovuto rivedere i loro portafogli, vendendo partecipazioni sul mercato secondario per bilanciare esigenze finanziarie e strategie a lungo termine.
Nonostante tutto, le big tech restano in prima fila: Google Ventures, Salesforce Ventures, Microsoft M12, Qualcomm Ventures e Samsung Next continuano a investire soprattutto in intelligenza artificiale, deeptech e sostenibilità.
Italia e mondo: esempi concreti di corporate venture capital
In Italia, un esempio di rilievo è il Fondo Corporate Partners I di Cassa Depositi e Prestiti Venture Capital, attivo dal 2021 e rifinanziato nel 2024 con 250 milioni. Tra i partecipanti figurano Leonardo, Terna, Poste Italiane e Generali, con focus su IndustryTech, EnergyTech, ServiceTech, AI, cybersecurity e GreenTech.
A livello europeo, Bosch è un pioniere: dal 2007 ha investito in oltre 50 startup senza acquisirle completamente, realizzando 13 exit, tra cui Movidius venduta a Intel nel 2016.
BP Ventures, con un focus su energia e transizione green, investe 120-150 milioni di dollari l’anno dal 2008, usando un venture builder con team dedicato e budget di 100 milioni, per sostenere scaleup capaci di fare la differenza.
Negli Stati Uniti, Intel Capital è tra i più storici, nato nel 1991 su iniziativa di Avram Miller e Andy Grove, che ha trasformato il venture capital in uno strumento di espansione tecnologica e commerciale.
Altri nomi internazionali come Google Ventures, Salesforce Ventures, Microsoft, Qualcomm e Samsung Next puntano su intelligenza artificiale, infrastrutture cloud, life sciences, cleantech e digitalizzazione. La sfida globale per l’innovazione si gioca su tanti fronti, ma con la stessa strategia: entrare nel capitale delle startup per guidare il cambiamento.
Il 2025 e il 2026 saranno anni decisivi per capire come evolverà il corporate venture capital, tra consolidamenti, nuove tecnologie e dinamiche di mercato. La posta in gioco è alta: l’innovazione resta il motore su cui si basa il futuro competitivo delle aziende e, più in generale, lo sviluppo industriale mondiale.
